Roger Kennedy LA FAMIGLIA CHE ABUSA, la psicoterapia e la Legge Psichiatria e Territorio 2001
CAPITOLO 6. COMPORTAMENTO DISTRUTTIVO NELLA FAMIGLIA
In molte famiglie trattate al Cassel, il comportamento distruttivo ha finito per dominare la vita della famiglia. Questo capitolo descriverà alcune questioni generali relative alla distruttività nelle famiglia attraverso una prospettiva psicoanalitica, così come questioni più specifiche relative all’abuso fisico nelle famiglie.
LA FAMIGLIA NELLA LETTERATURA
Si può dire che il risultato del comportamento distruttivo nella famiglia sia uno dei temi dominanti di molti dei lavori chiave della letteratura occidentale. Riservare attenzione a qualcuna di queste opere può portare alla luce temi che possono aiutarci a capire alcuni dei drammi delle famiglie moderne. Tali opere descrivono spesso relazioni distorte tra una generazione ed un’altra, o un rifiuto di accettare la realtà di un membro della famiglia, oppure la paura del potere che un membro della famiglia ha sugli altri. Forze distruttive attivate all’interno della famiglia possono anche essere usate per rappresentare una società sconvolta o sull’orlo di una crisi. Alternativamente, come per esempio in I fratelli Karamazov di Dostoevskij, una tragedia familiare può essere il punto di osservazione da cui guardare questioni più generali sulla natura dell’esistenza e della fede. Il suo compatriota Tolstoj, interessato a questioni più generali ma anche alle relazioni tra le famiglie e la loro società, comincia il suo grande romanzo Anna Karenina dicendo che: ‘Tutte le famiglie felici sono uguali; ogni famiglia infelice, è infelice a modo suo’. Studia come il tentativo di trovare libertà fuori dalla famiglia da parte di Anna Karenina conduca alla fine alla sua distruzione.
Una serie di tragedie greche affronta l’intima relazione tra famiglie potenti e la loro società. Così, nell’Orestea di Eschilo, il superbo Agamennone sacrifica la vita di sua figlia per placare gli dei ed ottenere un tempo favorevole per il viaggio della flotta greca a Troia. Il risultato di questa aggressione a sua figlia è che, dopo il suo ritorno a casa, è ucciso da sua moglie che, a sua volta, è uccisa dal loro figlio, Oreste. Quest’ultimo è spinto alla follia da quest’atto, ed è perseguitato dalle furie vendicatrici. Comunque, alla fine dell’Orestea c’è una risoluzione del conflitto quando Oreste è purificato dell’omicidio e le furie sono trasformate in spiriti guardiani di Atene. Si potrebbe dire che c’è stata una sublimazione delle forze oscure, distruttive. Anche la maledizione sulla famiglia di Oreste è acquietata; questa maledizione fu la conseguenza dell’infamia di Atreo, padre di Agamennone, che aveva ucciso i figli di suo fratello Tieste e glieli aveva serviti a cena. Egli lo fece perché Tieste aveva sedotto sua moglie. Quando Tieste scoprì che cosa aveva mangiato, maledisse la famiglia di suo fratello. Più tradi fu Egisto, figlio di Tieste, che contribuì ad uccidere Agamennone. In Edipo Tiranno, Edipo viene mutilato e lasciato morire perché costituisce una minaccia per suo padre; ma, com’è noto, né l’uno né l’altro riescono a sfuggire al loro destino. Le conseguenze di una simile aggressione su un bambino conducono all’omicidio del padre e all’incesto con la madre.
In un certo senso, queste e altre tragedie greche riguardano un particolare modello di ragione che implica gente in reciproca armoniosa relazione in una comunità. Una volta che l’armonia è disturbata, per esempio attraverso aggressioni alla struttura familiare o ai ruoli sociali o alle strutture di parentela, allora le famiglie e quelli intorno a loro sono esposte a potenti forze distruttive. La nozione greco-antica di razionalità è complessa e non dev’essere intesa come un qualche semplice modello in cui la ragione domini sulla passione. Piuttosto, Platone e Aristotele, per esempio, concepivano una persona razionale come parte di una più ampia comunità con la quale è impercettibilmente collegata. In questo modello, ci sono divisioni all’interno della psiche e interazione tra queste parti; c’è una relazione dinamica tra ragione e irrazionalità, e tra l’individuo e la sua comunità o polis. L’individuo greco è vicino al mondo pubblico e meno estraneo agli altri di quanto siamo noi. Così, quando c’è una crisi nella famiglia, quando l’armonia tra i membri della famiglia è disturbata, quando le forze distruttive sono scatenate come in molte tragedie, ci sono significative ripercussioni nella comunità. Ci si può ben chiedere se ora stiamo assistendo a una dinamica simile nella nostra comunità, con la crescente attenzione che viene rivolta a quelle famiglie che hanno commesso abusi sui loro bambini.
Un altro tema della commedia greco-antica e delle opere di Plauto e Terenzio, fino a Shakespeare e Molière, è quello del ruolo centrale del padre nella famiglia. C’era l’idea che il ruolo del padre nella famiglia fosse chiaro. Era importante, un VIP. Come dice Shakespeare, nel Sogno di una notte di mezza estate,
Per te tuo padre dovrebbe essere come un dio;
Uno che ha composto le tue bellezze, certo, ed uno
Per il quale tu non sei che una forma nella cera
Impressa da lui, ed in suo potere
Se conservarla, o cancellarla …
… i tuoi occhi devono guardare con il suo giudizio (Atto 1, sc. 2).
Ovviamente, Shakespeare mostrò come un atteggiamento così ottuso conduca alla disperazione ed alla confusione, che è la conseguenza dello scambio degli amanti nei boschi di Atene, e, fortunatamente, alla felice conclusione. Anche le commedie di Molière sono piene della assurdità di padri che tentano di imporre ai figli le norme di condotta e le future mogli. Un’obbedienza perfetta, sembrano dire le commedie, conduce solo al disastro. Giobbe, nella Bibbia, era un esempio buono, anche se estremo, di un uomo che obbedì perfettamente a Dio, negando le sue proprie capacità di distruzione. La soppressione della propria distruttività condusse alla perdita della sua famiglia e dei suoi possessi. Solo quando ebbe affrontato la realtà delle tentazioni diaboliche, le sue fortune poterono essere reintegrate.
Shakespeare rivelò anche il lato oscuro del padre, per esempio, nel Re Lear. La tragedia può essere interpretata a più livelli, ma un tema rilevante è quello delle relazioni familiari distorte. Delle sue tre figlie, Cordelia è la favorita assoluta. Tuttavia, Lear la ama in un modo mostruosamente possessivo. Quando arriva alla divisione del suo regno, egli vuole che lei anteponga il suo amore per lui a tutti gli altri suoi amori, cosa che, ovviamente, lei non può fare, se vuole diventare una donna. Le sorelle, Goneril e Regan, di solito all’ombra di Cordelia, sono ora abituate all’ipocrisia e son capaci di fingere che il loro amore sia esclusivo, e Lear non si cura né dell’una né dell’altra. Di fatto queste sorelle, private dell’amore di loro padre e testimoni del suo attaccamento possessivo a Cordelia, diventano mostri di ipocrisia e alla fine muoiono nel tentativo di possedere l’illegittimo Edmondo. Edmondo stesso è privato della presenza di suo padre. Quando l’opera inizia, suo padre, il Duca di Gloucester, che poi sarà accecato, racconta come Edmondo debba restare distante da suo padre. ‘Egli è stato via per nove anni, e se ne andrà di nuovo’ (Atto 1, sc. 1).
Edmondo cerca vendetta deponendo il legittimo Edgardo. L’opera, quindi, sembra girare intorno alla questione del ruolo del padre, e rivela le conseguenze disastrose e distruttive che si hanno quando questo ruolo è distorto; quando, per esempio, il padre è possessivo o mostra favoritismi indebiti, è assente o dove non c’è una madre che addolcisce la dura autorità paterna.
CHE COS’È IL COMPORTAMENTO DISTRUTTIVO?
Gli psicoanalisti e altri pensatori sembrano avere visioni molto differenti sulla natura dell’aggressività e distruttività. Alcuni pensatori considerano l’uomo come distruttivo per natura; altri, che l’uomo può solo imparare ad essere distruttivo, ma è pacifico per natura. Alcuni analisti, seguendo Freud e Klein, credono in un innato istinto di morte; altri, che non c’è alcuna prova di un tale istinto, e che il comportamento infantile rivela, al contrario, impulsi dominanti rivolti in modo positivo verso il mondo, molto prima che ci siano segni di distruttività. Freud, in Il disagio della civiltà, sostenne che la società civilizzata è perpetuamente minacciata dalla disintegrazione a causa della reciproca ostilità primaria tra gli esseri umani (1930, p.112). L’uomo deve imparare a rinunciare alle sue pulsioni distruttive innate se vuole diventare civile. Ma c’è un conflitto costante tra il desiderio di essere distruttivo ed i bisogni della comunità, che produce considerevole frustrazione, ed è una causa fondamentale della inclinazione umana alla nevrosi.
Una simile visione non è dissimile da quella del filosofo inglese, Hobbes, che riteneva che l’uomo sia per natura essenzialmente egoista, e che ciascun individuo, se abbandonato ai suoi mezzi, cerchi la propria conservazione. Questo conduce alla competizione con gli altri, e all’invidia nei loro confronti. Questa visione contrasta, per esempio, con quella di Rousseau che riteneva che l’uomo sia nato libero e sia buono per natura, e che sia la società che lo getta in catene. Queste differenti visioni della natura dell’uomo hanno rapporto con la questione della virtù e del vizio. Alcuni pensatori, come Hobbes, sembrano considerare l’uomo come, per natura, pieno di vizi; altri, come Joseph Butler, ritengono che la virtù corrisponda alla nostra natura, mentre il vizio la violi. In quest’ultimo punto di vista, vizio, male e distruttività vanno contro la nostra natura, in qualche modo, mentre nella tragedia greca i protagonisti vanno contro l’ordine del mondo.
C’è anche una notevole letteratura relativa alla natura dell’aggressione, che discute, tra le altre cose, il grado in cui l’aggressione è biologicamente utile. Erich Fromm, nel suo libro Anatomia della distruttività umana (1974), traccia l’utile distinzione tra aggressività maligna e benigna. La prima è biologicamente adattativa e finalizzata alla vita, la seconda è non adattativa. L’aggressività benigna non è necessariamente distruttiva, mentre l’aggressività maligna è caratterizzata dal desiderio di distruggere per il piacere di farlo. “Soltanto l’uomo”, ha scritto Fromm, “sembra trarre piacere nel distruggere la vita senza nessuna ragione o proposito che non sia quello della distruzione. Per dirla in termini più generali, solo l’uomo sembra essere distruttivo oltre il limite della difesa o del raggiungimento di ciò di cui ha bisogno” (pp.252-253).
Sebbene sia difficile essere precisi sui termini in questo particolare campo di indagine, potrebbe essere utile, anche solo per convenienza, classificare i fenomeni distruttivi osservati nel campo psicoanalitico in (1) impulsi e fantasie distruttive; (2) atti distruttivi; e (3) commistioni di impulsi e atti distruttivi.
Impulsi e fantasie distruttive
In questa categoria, si potrebbero mettere vari attacchi diretti sul sé del paziente, con vari gradi di disintegrazione e frammentazione della struttura di personalità, ma senza attacchi reali al corpo del paziente o di altri. Come il lavoro di Bion, Winnicott e altri ha mostrato, insieme a fantasie ed impulsi distruttivi possono esserci gradi differenti di dissociazione, scissione e mancanza di integrazione della psiche. Distruttività eccessiva può essere accompagnata da proiezione estensiva e patologica. Possono esserci varie commistioni di distruttività verso sé o verso gli altri.
Melanie Klein ha ritenuto che gli impulsi distruttivi fossero presenti dalla nascita, e fossero parzialmente proiettati all’esterno, per mezzo di una deviazione dell’istinto di morte innato, e si associassero al seno della madre. Per lei, la minaccia di annientamento attraverso l’istinto di morte interno era l’ansia primordiale che il bambino deve fronteggiare. L’io del bambino, che è al servizio dell’istinto vitale, tenta allora di deviare la minaccia all’esterno. I vari processi di scissione e frammentazione dell’io e dei suoi oggetti rappresentano tentativi di disperdere gli impulsi distruttivi. Riteneva che, nel bambino normale, ci fosse un processo graduale di integrazione, in cui il bambino costruisce un’immagine dell’oggetto positivo globale. Tuttavia, se c’è un eccesso di impulsi distruttivi può esserci una significativa interferenza con la costruzione dell’oggetto positivo, con una conseguente predisposizione al grave disturbo mentale (Klein, 1957).
Winnicott, invece, ha sottolineato il bisogno del bambino di esser accompagnato dalla madre in un periodo di distruttività. La madre è, nella fantasia, distrutta o danneggiata costantemente. Il bambino gradualmente arriva ad integrare la madre amata e danneggiata. La capacità della madre di sopravvivere agli attacchi è importante; così Winnicott ha posto enfasi sul valore positivo della distruttività. Il fatto che la madre possa sopravvivere agli attacchi la colloca fuori del controllo onnipotente del bambino e offre una base per una realtà condivisa (Winnicott, 1963, 1969). L’odio può anche esser considerato per qualcuno, come un modo per evitare di crollare emotivamente.
Atti distruttivi
Gli atti distruttivi sono senza dubbio accompagnati spesso da fantasie distruttive, ma non tutte le fantasie sono tradotte in atti. Sembrerebbero esserci tipi particolari di atti distruttivi che hanno bisogno di essere concettualizzati in un modo particolare. Tali atti includono l’abuso fisico e sessuale nei confronti dei bambini, l’omicidio, l’abuso di droghe e la criminalità grave. Questi atti non di rado hanno luogo direttamente all’interno del contesto familiare, e così sono particolarmente rilevanti al tema di questo libro.
Commistioni di impulsi e di atti distruttivi
In questa categoria, si potrebbero collocare il comportamento suicida, gli atti di auto-mutilazione e il sadomasochismo. Questi fenomeni sembrano implicare fantasie distruttive, ma normalmente deve esserci un atto associato affinché la fantasia si esprima; l’immaginazione da sola non è sufficiente. Ci sono anche persone che sembrano avere personalità distruttive. Sono spinte a rovinare le loro carriere e/o le loro relazioni. La distruttività in questo caso può essere una difesa contro l’amore. Ci sono buone probabilità che costoro appartengano alle categorie diagnostiche delle personalità borderline o narcisistiche.
Per consultare l’intero capitolo si rimanda al testo stampato