Cesare Musatti. La struttura del pensiero ossessivo da “Compendio di igiene mentale e psichiatria infantile”
a cura di Federico Ferrini e Gloria Vannini, Psichiatria e Territorio, 1989
Il tema di questo ciclo di conferenze, che riguarda la struttura del pensiero ossessivo, mi invita a cominciare dalla considerazione di un caso clinico.
Riferirò di un giovane studente universitario rivoltosi a me poiché era forte bevitore. Gli alcolisti, come tutti i tossicodipendenti, sono difficilmente curabili mediante un trattamento psicoanalitico: può esserne parzialmente modificata la struttura della personalità, nel senso di un rafforzamento contro la tendenza alla tossicodipendenza, ma è difficile modificare radicalmente il loro atteggiamento.
In ogni caso. fu per questa ragione che egli si rivolse a me. Ma nel corso dell’analisi risultò che esisteva in lui un’altra sintomatologia, caratterizzata dalla necessità di determinati e imprescindibili cerimoniali. Questa ritualità si concentrava in maniera particolare e caratteristica nel momento in cui il paziente alla sera rincasava e si apprestava a dormire. Eccone la sequenza: entrato in casa egli doveva chiudere a chiave la porta e subito dopo non sentendosi sicuro di averla chiusa bene, doveva tornare ad aprirla e richiuderla per un numero fisso di volte, tre o cinque. Spesso avvertiva la necessità di ripetere a voce alta l’indicazione delle operazioni in corso:
Aperto.. chiuso, aperto… chiuso, aperto… definitivamente chiuso!). A questo punto, egli era pronto ad attraversare l’appartamento per raggiungere la camera da letto, ma per ogni interruttore della luce che trovava sul suo percorso doveva ripetere numerose volte la stessa operazione:”Aperto… chiuso, aperto… chiuso, ecc…”. Operazioni analoghe andavano inoltre eseguite nei confronti dei rubinetti dell’acqua e del gas.
Arrivato infine nella sua stanza, il mio paziente affrontava un’altra complessa operazione relativa allo spogliarsi e all’indossare il pigiama: i vestiti andavano riposti di un determinato ordine, soprattutto, il pigiama andava indossato e deformato in modo che sul davanti non vi fosse alcuna apertura né cucitura. Prima di addormentarsi doveva inoltre bere una intera caraffa d’acqua, indipendentemente dall’entità delle sua sete. Eí evidente che tutte queste operazioni richiedevano una grande quantità di tempo e un considerevole impegno.
Ecco dunque un cerimoniale ossessivo. Va detto che i cerimoniali ossessivi non sono esclusivo appannaggio degli individui nevrotici, come indubbiamente era questo paziente, poiché ciascuno di noi adotta determinati cerimoniali, per esempio per chiudere la giornata. Si tratta di cerimoniali che pur avendo un certo Carattere di rigidità non sono tuttavia così vincolanti e sistematici come nel caso riferito.
Ma torniamo al nostro paziente. Per parecchio tempo io non riuscii a spiegarmi in alcun modo questi comportamenti, sinché egli non mi raccontò un episodio particolare della sua vita accaduto durante l’ultimo anno di guerra. Era sfollato con la famiglia in una villa di campagna e in una villa vicina abitava la ragazza che lui amava riamato. Ma una notte nella casa della ragazza scoppiò un violento incendio e lei vi rimase intrappolata. Tutti i vicini accorsero. Il mio paziente era a quei tempi un ragazzo piuttosto impacciato e di fronte all’incendio che divampava rimase smarrito, mentre il fratello – più giovane di due anni, più svelto e più capace di iniziativa – sfondò la porta e trasse in salvo la ragazza portandola fuori in braccio. Questa situazione mise il mio paziente in grave imbarazzo perché, in seguito a questo episodio, la ragazza si affezionò di più al suo fratello minore, rifiutando il maggiore per la sua scarsa efficienza.
Tutto ciò suscitò nel giovane una situazione fortemente conflittuale nei confronti del proprio fratello e così durevolmente attiva che nel raccontarmi l’episodio egli cominciò ad inveire in maniera molto aggressiva nei suoi confronti. Da questo racconto il paziente poi risalì ai rapporti avuti sin dall’infanzia: c’era sempre stata fra loro divisione e lotta e in questi frangenti il minore era sempre riuscito ad avere la meglio. Ancora lo feriva profondamente un particolare tenuto dal fratello minore nel corso della loro infanzia: da bambino per lungo tempo gli era accaduto che durante la notte bagnasse il letto e per questa ragione veniva rimproverato dai genitori e pesantemente burlato dal fratellino. Ebbene il mio paziente riteneva che l’ostilità fra lui e il fratello risalisse proprio a quei tempi e a quelle circostanze, Questa dichiarazione mi aprì la strada per comprendere l’origine dei suoi cerimoniali ossessivi: egli doveva assicurarsi delle chiusure, le chiusure degli sfinteri rappresentate da quei chiavistelli, rubinetti e interruttori che egli doveva aprire e chiudere, dominare e dimostrare di esserne padrone. Attraverso questi rituali il giovane simbolicamente affermava il suo dominio sugli sfinteri. Anche la particolare maniera di indossare il pigiama aveva la funzione di segnalare la sua chiusura sul davanti del proprio corpo. E infine, la necessità di bere una gran quantità d’acqua prima di addormentarsi segnalava: “io posso bere quanta acqua voglio e pipì a letto non ne faccio!”. Con tutto ciò egli dimostrava la sua superiorità nei confronti della presunta superiorità del fratello minore.
Giunti alla chiarificazione sulla natura di questi rituali ossessivi, il mio paziente tentò, con fatica, di ridurre i suoi cerimoniali, trascorrendo notti insonni sinché, alla terza notte, sveglio e con gli occhi sbarrati ebbe una visione che interpretò come un messaggio telepatico. Vide il fratello, che a quel tempo prestava servizio militare presso un reggimento di carri armati, investito e “lacerato” da un carro armato. In preda all’angoscia decise di mettersi subito in contatto con lui, nonostante fosse piena notte: ma il fratello stava benissimo. Cosa era accaduto, allora? L’omissione dei cerimoniali aveva risvegliato nel giovane la sua violenta avversione nei confronti del fratello, al punto da desiderare di vederlo morto ammazzato e ciò gli aveva scatenato una terribile angoscia e terrore.
Anche se tutto ciò può sembrare assurdo, si tratta viceversa di situazioni molto frequenti. E accaduto anche a me di ammazzare mio fratello. Mio fratello, più piccolo di me, è morto a vent’anni, quasi settant’anni fa. Ebbene, l’estate scorsa ho fatto questo sogno: era notte, buio pesto, e da dietro l’angolo di una strada avanzava mio fratello. Aveva un’età e un aspetto indefiniti, ma io sapevo che era mio fratello. Con un sorriso maligno avanzava nella notte, tenendo un braccio dietro la schiena ed io sapevo che nascondeva un coltello e che era venuto per ammazzarmi. Accanto a me c’era mia madre, ormai morta da tanti anni, alla quale mi appoggiavo terrorizzato come fossi stato un bambino. A questo punto mi sono svegliato di soprassalto in preda al terrore. Mi è capitato così di riandare alle vicende della mia vita infantile. Mio fratello era più svelto, più vivace e più intelligente di me da bambino e ricordo che a quei tempi, pur non avendo un’invidia manifesta per lui, tuttavia avvertivo la sensazione della sua superiorità. Avevo inoltre l’impressione -e questo lo ricordo bene – che mia madre avesse per lui una maggiore sollecitudine. Evidentemente io devo aver sviluppato nei confronti di mio fratello un’aggressività che è venuta fuori nel sogno attraverso un capovolgimento dei personaggi: temo di essere aggredito da mio fratello perché io stesso ho sviluppato aggressività nei suoi confronti.